In questo post a parlare è Ricardo Gondim, un pastore protestante della chiesa di Betesda. Vive a Sao Paulo, ma è nato e cresciuto a Fortaleza e quindi Cearense in tutto e per tutto. Questo è una sua poesia che ho tradotto in Italiano, lasciando in alcuni casi la parola in portoghese, perchè rendeva meglio.Essere del Cearà è più che nascere nel Cearà, è riuscire a riconoscere a distanza, una testolina rotonda, un accento cantato, una scossa di ventaglio, un modo briccone di affrontare la vita.
Essere del Cearà è sapere la stagione giusta per cogliere un sapoti, conoscere i vari tipi di mango e mai comprare un'ata troppo verde; è dar sapore a un baião de dois con formaggio cagliato.
Essere del Cearà è essere ghiotti di dolce di cocco, di succo di tamarindo, di sirigüela rossa, di acqua di cocco dolcina.
Essere del Cearà è ingoiare il finale dei diminutivi -cafezinho diventa cafezim; Antonio diventa Toim; bonzinho diventa bonzim. Là si dice persecuzione nell'ora della fatica; chi ha fretta è oppresso; chi è triste è stizzito; chi crea problemi è casinista.
Essere del Cearà è abitare dove i muri sono bassi; come dire, là tutti sanno degli altri. La migliore conversazione fra cearensi è spettegolare sulla vita altrui. Apparire nella colonna sociale è il massimo; quelli che appartengono a una famiglia con pedigree, fanno parte degli eletti. Gli Studarts, i Frotas, i Tàvoras, i Jeiressatis sono considerati la super-crema.
Nel Cearà non si compra casa dal lato del sole; cioè nessuno valorizza una proprietà con la facciata girata verso ponente. Il sole non perdona; è inclemente, aspro, feroce, stancante. Là chi non sa lottare con l'astro-re non dura molto tempo. Fra le dieci del mattino e le cinque del pomeriggio, il sole lascia tutti cotti; non esistono pelli secche nel Cearà, sono tutte oleose.
Essere del Cearà è imparare a dormire nella rete, a gustare del profumo di un lenzuolo pulito, a fare il bagno freddo, a valorizzare la brezza del mare. Là il profumo di una saponetta ha un altro valore. Nel Cearà le donne non usano calze velate, gli uomini non tollerano cravatte e i bambini non sanno cos'è una maglia di lana.
Essere del Cearà è avere l'orgoglio di affermare di appartenere alla terra di Josè de Alencar, Patativa do Assaré, Fagner, Eleazar de Carvalho, Clóvis Bevilácqua.Là si amano le arti; se crea di getto con facilità; si conversa in rima.
Essere del Cearà è lottare con l'umidità, con magliette madide di sudore, con la muffa, con mosche a milioni, con zanzare impertinenti, con scarafaggi corpulenti, con virus selvaggi, con disidratazioni improvvise. Là i deboli muoiono rapidamente; il darwinismo con la sua teoria della sopravvivenza dei forti si prova con facilità. Nel Cearà le nuvole nere sono preannuncio di bel tempo e il lampo, una benedizione. Nel giorno di pioggia a nessuno piace uscire di casa.
Essere del Cearà è ridere di tutto. E tutto diventa barzelletta; là l'umore eccede perfino per fischiare il sole quando interrompe la pioggia.
I Cearensi sono prima di tutto dei forti; nello stesso tempo deliziosamente buoni e perversamente cattivi. Là è la terra di pistoleri e di santi; di rivoluzionari e di colonnelli condottieri; di guerrieri e di pigri.
Sono Cearense. E per quanto abbia tentato, non sono riuscito a spegnere il mio amore per questo suolo che mi ha accolto nel mondo. Là sono nato, mi sono sposato, ho avuto i miei figli. Nel Cearà mi sono svegliato al mondo, e disgraziatamente ho sepolto quel poco di speranza che nutrivo per l'umanità. Il Cearà è stato il mio nido ed è il mio tumulo; la maggior allegria e la peggiore disgrazia.
Con tutto, nonostante tutto, continuo innamorato della mia culla. Non riesco a svincolarmi da te, bionda sposa del sole.